Usiamo davvero solo il 10% del NOSTRO CERVELLO?
Nella rubrica TRACCE in CONTROLUCE, oggi affrontiamo uno dei miti più radicati, redditizi e mediaticamente sfruttati della pseudodivulgazione contemporanea, vale a dire la convinzione secondo cui l’essere umano utilizzerebbe soltanto il 10% del proprio cervello. Una teoria ripetuta per decenni in libri motivazionali, film, programmi televisivi, video virali e contenuti social costruiti appositivamente per impressionare il pubbico, ma che non trova alcun riscontro nelle neuroscienze moderne.
L’origine di questa teoria è piuttosto nebulosa e deriva probabilmente da una combinazione di interpretazioni scorrette di studi neurologici del primo Novecento, semplificazioni divulgative e citazioni attribuite impropriamente a scienziati come William James o Albert Einstein. Nel tempo, il concetto è stato trasformato in una sorta di slogan motivazionale: l’idea seducente secondo cui dentro di noi esisterebbe un enorme “potenziale nascosto” inutilizzato, pronto a essere sbloccato. Tuttavia, dal punto di vista scientifico, questa affermazione è falsa.

Le neuroscienze contemporanee mostrano infatti una realtà molto diversa. Grazie a strumenti avanzati come la risonanza magnetica funzionale (fMRI), la PET e altre tecniche di neuroimaging, sappiamo che il cervello è un organo estremamente attivo e integrato. Anche durante il riposo o il sonno profondo, numerose reti neuronali continuano a lavorare incessantemente per mantenere funzioni vitali, elaborare informazioni, consolidare la memoria e regolare processi cognitivi ed emotivi.
Non esistono vaste aree cerebrali completamente inutilizzate. Ogni regione del cervello svolge funzioni specifiche e coordinate. Alcune aree sono coinvolte nel linguaggio, altre nella percezione sensoriale, nel movimento, nella memoria, nell’elaborazione emotiva o nella pianificazione. Perfino attività apparentemente banali, come camminare, leggere una frase o riconoscere un volto, richiedono l’attivazione simultanea di numerose reti neurali.
Un altro elemento che smentisce il mito riguarda l’evoluzione biologica. Il cervello umano rappresenta circa il 2% del peso corporeo, ma consuma mediamente oltre il 20% dell’energia totale dell’organismo. Dal punto di vista evolutivo sarebbe altamente inefficiente mantenere un organo così costoso se il 90% delle sue strutture fosse realmente inutile. La selezione naturale tende infatti a eliminare ciò che non offre vantaggi funzionali significativi.
Ecco alcuni punti chiave per comprendere meglio perché questa teoria non regge all’analisi scientifica:
- Le neuroscienze dimostrano che praticamente tutte le aree cerebrali presentano attività funzionale. Anche regioni considerate “silenziose” partecipano a processi complessi di integrazione, regolazione e comunicazione neuronale.
- Anche durante attività quotidiane automatiche, il cervello coordina simultaneamente percezione, memoria, movimento, attenzione e regolazione fisiologica. Non esiste una modalità “spenta”.
- Il cervello è uno degli organi più dispendiosi dell’intero organismo. La natura non avrebbe conservato per milioni di anni un sistema così costoso se gran parte di esso fosse inutilizzato.
- Il cervello non è statico: cambia continuamente. Esperienze, studio, relazioni, traumi, emozioni e apprendimento modificano costantemente le connessioni neurali. Questo fenomeno, noto come neuroplasticità, dimostra quanto il cervello sia dinamico e adattabile.
- Se davvero utilizzassimo solo il 10% del cervello, lesioni in molte aree non dovrebbero produrre conseguenze rilevanti. In realtà, anche danni circoscritti possono compromettere linguaggio, memoria, coordinazione, emozioni o capacità decisionali.
- Questa teoria continua a diffondersi perché offre una narrazione emotivamente potente: l’idea che esista un “potenziale nascosto” illimitato. Tuttavia, la crescita personale non dipende da porzioni cerebrali dormienti, ma dalla capacità concreta di apprendere, allenare abilità, sviluppare consapevolezza e adattarsi.
Credere che utilizziamo soltanto una minima parte del cervello rischia anche di creare una visione distorta del funzionamento umano, alimentando aspettative pseudoscientifiche e rendendo terreno fertile per contenuti sensazionalistici o manipolatori. Comprendere invece la reale complessità del cervello significa riconoscere quanto il nostro organismo sia già straordinariamente attivo, sofisticato e interconnesso.
La vera meraviglia non è l’esistenza di un 90% “dormiente”, ma il fatto che miliardi di neuroni cooperino continuamente per permetterci di pensare, ricordare, creare, emozionarci, parlare, immaginare e adattarci al mondo.
Riconoscere la complessità e l’efficienza del cervello umano ci invita quindi non a inseguire miti, ma a sviluppare in modo concreto le nostre capacità cognitive, emotive e relazionali, mantenendo sempre uno sguardo critico verso la disinformazione che circola online e nei media.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:
- Beyerstein, B.L. Whence Cometh the Myth that We Only Use Ten Percent of Our Brains? Oxford University Press.
- Boyd, R. Do People Only Use 10 Percent of Their Brains? Scientific American.
- Gazzaniga, M. Neuroscience: Exploring the Brain.
- Eagleman, D. The Brain: The Story of You.

Ho perso un po’ la vista, molto l’udito. Alle conferenze non vedo le proiezioni e non sento bene. Ma penso più adesso di quando avevo vent’anni. Il corpo faccia quello che vuole. Io non sono il corpo: io sono la mente.
Autore: Rita Levi-Montalcini
Articolo a cura di Emilia Cassani Guralata — TRACCE SOCIAL © Tutti i diritti riservati.